lunedì 9 settembre 2013

Le memorie di Adriano

Cari Alunni delle 4A, 4D e 4L
vogliamo provare a liberare qualche pensiero sulle letture estive? Così, senza un andamento predefinito, richiamando un tema del libro ora menzionato ed esponendo una vostra idea di lettura agli altri, che a loro volta replicheranno e si lasceranno da altri ancora commentare e criticare... ci state? Chi si fa avanti per primo? Poche regole: interventi di max. 20 righe, non più di 2 richiami ad altri interventi, e soprattutto... una forma linguistica ed ortografica da paese normale... mi raccomando, firmatevi con Nome e Cognome, non con nickname!

5 commenti:

  1. Se posso, vorrei condividere lo splendore luminoso di una citazione che non ha bisogno di alcun commento:
    "Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t'appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più... Cerchiamo d'entrare nella morte a occhi aperti..."
    Lorenzo Maselli, IV A

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  2. La molteplicità dell'Io è uno dei temi maggiormente trattati dalla filosofia, a partire dall'antichità sino ai giorni nostri.

    Già dagli studi di Platone emerge il problema della molteplicità, vista come il divenire delle cose e, di conseguenza, il complesso divenire dell'uomo. Insolubilmente si chiedeva come si potesse attribuire uno stesso nome ad un qualcosa che cambia continuamente:"se Socrate da bambino diventa ragazzo, poi adulto e infine vecchio, chi è veramente Socrate?".
    Anche Parmenide, vissuto un secolo prima del grande filosofo ateniese, spiegava il perchè l'essere umano fosse composto da più parti, dovute ad un continuo mutamento dell'Io che dura per tutta la vita.

    Più avanti nei secoli incontriamo tesi riguardanti lo stesso tema, come quelle di S.Agostino che vedeva l'anima come duplice entità, nella quale le due parti sono in continuo contrasto tra loro.

    L'uomo non è unità. Come ho scritto sopra, tali questioni si sono propagate fino ai giorni moderni, ad esempio il tedesco Fichte affermava che l'Io, e quindi l'essere, è infinito, impossibile da conoscere alla perfezione. Similmente Pirandello ammetteva che l'uomo fosse formato da innumerevoli maschere.

    L'uomo non è unità. E fu anche l'imperatore Adriano ad accorgersene.
    Mi ha colpito, nel libro di Marguerite Yourcenar, il modo in cui l'imperatore descrive se stesso come una persona, plasmata da molteplici esseri.
    Riporto un passo del testo:
    "Regnavano in me, di volta in volta, personaggi diversi: [...]l'ufficiale meticoloso, fanatico della disciplina; il malinconico sognatore di dèi; l'amante pronto a tutto per un istante di ebbrezza; il giovane luogotenente altero che si ritira sotto la sua tenda, studia le carte alla luce d'un lume e non fa mistero agli amici del suo disprezzo per come va il mondo; il cortigiano ignobile; il giovincello che sentenzia dall'alto su ogni questione; il parlatore frivolo; il soldato. E ricordiamo pure quel personaggio vacuo, [...] un direttore di compagnia: un regista. Conoscevo i nomi dei miei attori; regolavo le loro entrate e uscite; tagliavo le risposte inutili."

    L'uomo non è unità. In poche parole siamo "uno, nessuno e centomila", come ci ricorda amaramente Vitangelo Moscarda, il protagonista dell'opera Pirandelliana.

    Gabriele Pattumelli, IV A

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  3. Se posso azzardare un altro intervento, credo peraltro che la tematica del potere, per come è trattata nelle Memorie, sia meno "ovvia" di come possa apparire. Il dilemma dell'uomo al "comando" non si pone (sol)tanto in relazione all'altro, ma anche verso se stesso. Non è un caso che la Yourcenar faccia così tanta attenzione ad accostare i momenti di maggiore potere politico di Adriano a quelli di sua massima prestanza fisica, e che al contrario veda nel suo declino tanto un aspetto pubblico quanto uno privato. Persino il nonno di Adriano, un tempo quasi un "padrone della natura" agli occhi del nipote, finisce divorato dalla stessa materia, in certo qual modo, da lui plasmata, domata, ammansita. Mi viene in mente la figura, ad esempio, di un Kurtz conradiano, che, credendosi quasi un Dio (o forse un assassino di Dio), e convinto com'è della sua pressoché totale onnipotenza - piuttosto, dell'onnipotenza della sua volontà -, è distrutto dalla sua stessa autocoscienza; ma distrutto in una maniera che non lascia spazio al tempo, distrutto "oltre" ogni momento. Quasi una non-morte del potere che si fa assoluta impotenza, di un Giudice Holden che danza per l'eternità fra le fiamme di un saloon nel deserto - o di un Adriano che cerca di entrare ad occhi aperti nella morte, appunto, come sommessa accettazione del nulla e al contempo rivolta nei suoi confronti; come per gettare uno sguardo nell'essenza delle cose. Se "possa" veramente, o no, non ci è dato sapere.

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  4. Sono rimasto particolarmente colpito da un passo del Manuale di Epitteto, l' Enchiridion, tradotto da Leopardi, nel quale viene espressa una considerazione, una visione tipicamente stoica dell'esistenza umana, visione che forse risulta assai difficile da digerire per un contemporaneo: "Tieni a mente che tu ti devi governare in tutta la vita come a un banchetto. Portasi attorno una vivanda. Ti si ferma innanzi? Stendi la mano, e pigliane costumatamente. Passa oltre? Non la ritenere. Ancora non viene? Non ti scagliar però in là con l'appetito: aspetta che ella venga. Il simile in ciò che appartiene ai figliuoli, alla moglie, alla roba, alle dignità; e tu sarai degno di sedere una volta a mensa cogli Dei. [...]
    Sovvengati che tu non sei qui altro che attore di un dramma, il quale sarà o breve o lungo, secondo la volontà del poeta. E se a costui piace che tu rappresenti la persona di un mendico studia di rappresentarla acconciamente. Il simile se ti è assegnata la persona di uno zoppo, di un magistrato, di un uomo comune. Atteso che a te si aspetta solamente di rappresentar bene quella qual si sia persona che ti è destinata: lo eleggerla si appartiene a un altro". L'idea di fondo di questo passo è anche espressa in modo sintetico e preciso da Seneca, quando sostiene: «Ducunt volentem fata, nolentem trahunt» («Il destino guida chi lo accetta, e trascina chi è riluttante»). Ne deriva una condizione di passività e irrimediabile impotenza dell' uomo dinanzi a un disegno imperscrutabile e ineluttabile, di fronte al quale sembra sfumare ogni libertà personale, ogni facoltà di intraprendere decisioni e determinare il proprio futuro in base alle proprie azioni e potenzialità: gli stoici suggeriscono di accettare questo al fine di vivere con maggiore serenità e 'autosufficienza', curandosi esclusivamente di ciò che è in 'potere nostro' (ossia l'anima) e che non dipende dalla sorte mutevole. Ma sorge spontanea una riflessione: l'essere umano, l'ingegnoso animale politico protagonista delle vicende storiche di questo mondo, è dunque davvero un inerme burattino, schiavo di una volontà superiore e incontrastabile? E, se così non fosse, quanto sarebbe ampia questa libertà concessagli?

    Giorgio Bedetti IVD

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  5. "Se con quel suo sacrificio aveva sperato di proteggermi, aveva dovuto credersi amato ben poco per non sentire che perderlo sarebbe stato per me il peggiore dei mali."
    M. Yourcenar, "Memorie di Adriano"

    Claudia Pescara, IV A

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